mercoledì 11 gennaio 2017

qui e lì, dove c'incontriamo...

Quando ci svegliammo, Colette stava preparando del pane tostato e versando il tè nelle tazze, e lei ed io eravamo allacciati l'uno all'altra, braccia e gambe intrecciate. Non ne fummo sorpresi, perchè tutti e due eravamo coscienti di qualcsa di più sorprendente: durante la notte ognuno di noi aveva addormentato il sesso dell'altro, non soddisfacendolo, o disdegnandolo, ma seguendo un altro tipo di desiderio, cui ancora oggi è difficile dare nome....Trovammo, l'uno nelle braccia dell'altra, un modo di partire insieme, un mezzo di trasporto per andare altrove. Ci eravamo sistemati, assemblati, come per formare una slitta o uno skateboard (Solo che gli skateboard non esistevano ancora). La destinazione non era importante. Ogni partenza ci portava verso una zona erogena. Ciò che contava era la distanza che ci lasciavamo alle spalle. Ci nutrivamo l'un l'altro di distanza a ogni colpo di lingua. Dovunque la nostra pelle si toccasse, c'era la promessa di un orizzonte.

La volta successiva...io mi tolsi tutti i vestiti e lei si mise una camicia da notte ricamata e larga. Una volta assemblati, potevamo partire. Viaggiammo di osso in osso, di continente in continente. Ogni tanto parlavamo. Non frasi, o parole affettuose. I nomi di parti del corpo e di luoghi. Tibia e Timbuktu, grandi labbra e Lapponia, coclea e oasi. I nomi delle parti diventavano vezzeggiativi, i nomi dei luoghi, parole in codice. Non stavamo sognando. Eravamo semplicemente i Vasco da Gama dei nostri due corpi. Facevamo un'estrema attenzione al sonno dell'altro, non ci dimenticavamo mai l'uno dell'altra. Quando lei era immersa nel sonno, il suo respiro era come spuma del mare. Mi hai portata fino in fondo, mi disse un mattino.
Non diventammo amanti, eravamo a malapena amici e avevamo poco in comune. A me non interessavano i cavalli, e alei non interessava la stampa anarchica. Quando ci incrociavamo alla scuola d'arte non avevamo niente da dirci. La cosa non ci preoccupava. Ci scambiavamo dei baci leggeri, -sulla spalla, sulla nuca, mai sulla bocca- e ce ne andavamo per la nostra strada, come una vecchia coppia che si trovi a lavorare nella stessa scuola. Non appena scendeva la sera, ogni volta che potevamo, ci ritrovavamo per fare la stessa cosa: passare l'intera notte l'uno nelle braccia dell'altra e, in questo modo, partire, andare altrove. Più e più volte.

All'inizio le mie erezioni recidive erano una distrazione, ma una volta che lei ebbe dato loro nome -le chiameremo Londra!  aveva detto-  trovarono la loro collocazione e finirono per essere non più urgenti - o altrettanto urgenti- dell'odore di felce umida del suo sudore, delle sue ginocchia rotonde, o dei peli scuri e ricci nel buco del suo culo. Tutto, sotto le coperte, ci portava altrove. E altrove, scoprivamo la misura della vita. Spesso di giorno la vita sembrava piccola. Per esempio, quando disegnavamo i calchi in gesso delle statue romane nei corsi d'arte dell'antichità sembrava piccolissima. Sotto le coperte mi tastava le piante dei piedi con le dita e sospirava 'Damasco'. Io le pettinavo i capelli con i denti e sibilavo 'scalpo'. Poi, quando questi o altri gesti si facevano più lunghi e lenti e ci arrendevamo a un sonno condiviso, i nostri corpi calcolavano le distanze inimmaginabili che l'uno offriva all'altro, e partivamo. La mattina non dicevamo niente. Impossibile costruire delle frasi. O lei andava a lavarsi i capelli, o io mi affacciavo alla finestra ai piedi del letto a guardare Coram's Fields e lei mi lanciava i miei pantaloni.

Il desiderio senza nome che Audrey e io condividevamo si esaurì inesplicabilmente come era cominciato; inesplicabilmente solo perchè nessuno dei due cercò una spiegazione. L'ultima volta che dormimmo insieme...lei andò a letto per prima...Fuori c'era la luna piena e tutti gli alberi intorno a Coram's Fields erano distintamente visibili. Li osservai in ogni loro dettaglio con un piacere che conteneva un'anticipazione, perchè, tra un minuto o due, prima di partire per il nostro viaggio notturno, anche noi avremmo esplorato l'uno il corpo dell'altro in ogni suo dettaglio.
Scivolai nel letto accanto a lei, e senza una parola lei mi voltò le spalle. Esistono centinaia di modi di voltare le spalle a letto. La maggior parte sono invitanti, altri languidi. C'è un modo, però, che esprime inequivocabilmente il rifiuto. Le sue scapole erano diventate una specie di blindatura. 
Sentivo troppo la sua mancanza per riuscire a prendere sonno, e lei, penso, stava facendo finta di dormire. Avrei potuto mettermi a discutere o cominciare a baciarle la nuca. Ma non era il nostro stile. A poco a poco la mia perplessità si dissipò e rimasi lì sdraiato a cullare la mia gratitudine per tutto ciò che era successo in quel letto con le molle rotte. In quel momento cadde una bomba. Molto vicino alla casa; sentimmo le finestre andare in frantumi dall'altra parte dei Fields e, più lontano, delle grida. Nessuno dei due parlò. Le sue scapole si distesero. La sua mano cercò la mia, e rimanemmo tutti e due lì distesi pieni di riconoscenza.
La mattina dopo, quando me ne andai, non alzò nemmeno gli occhi dalla sua ciotola di caffè. Continuò a fissarla come se avesse deciso, qualche minuto prima, che era quel che andava fatto e che da quel gesto dipendeva il futuro delle nostre due vite...Mi sono avviato da solo lungo la strada, lasciandomi alle spalle le altre case a schiera. 
Nel sonno mi chiamavi con ogni sorta di nomi, mi ha detto Audrey prendendomi sottobraccio, e il mio preferito era Oslo. 
Oslo!  ho ripetuto, mentre svoltavamo in Upper Street. Dal modo in cui ora la sua testa riposava sulla mia spalla ho capito che era morta.
Dicevi che rimava con First Snow, ha detto.

(John Berger, Islington, in 'Qui, dove c'incontriamo', 2005, pp. 87-94)
   

 

Nessun commento:

Posta un commento