lunedì 5 settembre 2016

porto,scusa...

Alcuni giorni a Portoscuso, a festeggiare gli 80 anni di Cast, l'highlander dell'economia alternativa.
Lui, che aveva lavorato in giovinezza all'illusoria pianificazione economica del dopoguerra, si è ritrovato ora in vacanza in uno dei luoghi più devastati dall'industrializzazione selvaggia in Italia.
Passi oggi in un deserto di ciarpame di ferro e progresso senza senso, di quel che era chiamata rinascita e sviluppo e che oggi è solo desolazione e inquinato silenzio di morte.
Il mare è bellissimo, a vedersi. La natura resistente e ridente. La gente si affolla sulle spiagge.
Ma il disastro è stato compiuto, anche nelle anime e nei corpi malati, nell'insorgenza massiccia di tumori e leucemie, nelle bonifiche promesse e mai eseguite, negli occhi risentiti dei senza lavoro di oggi.
Costeggiare Portovesme, ritrovare i luoghi della mia infanzia non ancora contaminata, rivedere i paesetti intorno dai nomi fantasiosi (Matzàccara, Paringiànu, Bruncu Tèula, Flumentèpido), mi ha dato piacere e dolore insieme.

Ora si riprova ad incartare il prodotto, a renderlo nuovamente appetibile per i turisti.
Mi sembrano le boulangerie francesi, che impacchettano tutto in involucri infiniti, o i ristoranti della nouvelle cuisine, che infiorettano mezzetto di cibo come se fosse oro, e così lo paghi.
Mi sembrano come i vescovi che celebrano i funerali sulle macerie, dopo il terremoto.
E che invocano un Dio che è già fuggito da tempo, scacciato dagli uomini.
O invocano Madre Teresa, e la fanno santa, per proseguire a caritare sulla povertà prodotta dai potenti.
Si cercano modi di stare nel nulla, di consolarsi e confortarsi per non pensare e per non cambiare.
Si prosegue la vacanza, mentre il carbone continua a nutrire le centrali, le petroliere si muovono sullo stretto dei tonni, ed anche il nostro giorno tramonta con splendidi riflessi di rosa.

Leggo in questi giorni Adriano Olivetti, negli scritti e discorsi degli anni '50, raccolti in 'Città dell'uomo':
E non resta all'infelice città che ricorrere quando ormai è troppo tardi a clamorose e decorative lotte contro i rumori, a costosissimi sventramenti, all'uso indiscriminato, incontrollato e caotico dell'elemento verticale, i quali rimangono i sintomi più appariscenti di una concezione e di una strategia urbanistica errata. ..
Per questo, il mondo moderno,avendo richiuso l'uomo negli uffici, nelle fabbriche, vivendo nelle città tra l'asfalto delle strade e l'elevarsi delle gru e il rumore dei motori e il disordinato intrecciarsi dei veicoli, rassomiglia un poco ad una vasta, dinamica, assordante, ostile prigione dalla quale bisogna, presto o tardi evadere...
Le metropoli, nella loro crescita disordinata, presentano forme ormai esaurite, incapaci di contenere il nuovo nella sua giusta proporzione. Il borghese si avvede dell'inadeguatezza delle città solo quando la sua automobile è ferma in coda a lunghe file nella circolazione ormai ostruita, ovvero quando non trova più spazio per il parcheggio. Non sa che era già vecchia per l'operaio che non trova casa che a due ore di distanza dal luogo del proprio lavoro...
Se lo Stato, i Comuni e le Provincie dovessero limitarsi ai puri aspetti economici dell'edilizia popolare, la civiltà si muoverebbe sul puro piano della tecnica.
Affinchè la tecnica serva all'uomo e non divenga un'insensata dominatrice occorre dunque che i complessi edilizi servano ad edificare gli elementi di una civiltà nuova.
Molte coscienze inquiete sono oggi in crisi, in una crisi dolorosa, perchè per esse i partiti non hanno rispettato la verità, non hanno avuto tolleranza e hanno in qualche modo tradito gli stessi ideali dai quali erano nati. Per risolvere questa inquietudine, che è una malattia delle anime, bisogna far sì che il moto naturale per la conquista del benessere individuale coincida nell'azione di ogni giorno con la propria coscienza sentimentale...




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